Il Gruppo 66 – La fotografia di documento a Milano negli anni '60-'70

Centro Italiano della Fotografia d’Autore
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Continua al Centro Italiano della Fotografia d’Autore l’analisi della fotografia non professionale in Italia. Dopo l’esposizione dal titolo 1947 – 1957 Gli anni della Bussola e della Gondola realizzata in occasione del sessantesimo anniversario di fondazione delle due associazioni che furono al centro del dibattito culturale sulla fotografia dell’immediato dopoguerra, è la volta del Gruppo 66. L’importantissima esposizione fotografica che il Centro dedica al Gruppo è tratta dalle fotografie raccolte nell’archivio, che i superstiti del sodalizio hanno voluto donare agli archivi della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche.

Nato sul finire del 1965, il Gruppo si distingue dalla maggior parte dei circoli fotografici coevi per alcune caratteristiche. La più importante è che la decisione di riunirsi non deriva da una generica passione per la fotografia, ma da una scelta, che gli stessi fondatori definiscono ideologica: quella di praticare una “fotografia realistico documentaria”, in contrapposizione alla “fotografia “artistica”, normalmente teorizzata e realizzata in ambito amatoriale. Come viene ben delineato nel testo di Ernesto Fantozzi, un gruppo di amici, collegati al Circolo Fotografico Milanese divennero insofferenti nei confronti di una fotografia fondata sì sul reale, ma trasfigurata dal desiderio di produrre opere artistiche o comunque fortemente soggettivizzate. Questa presa di posizione, nel caso dei più estremisti, portava a rifiutare anche la fotografia di tipo bozzettistico o di genere, includendo in questa categoria molte immagini scattate nell’ultimo dopoguerra soprattutto nel Sud Italia, da quelli che oggi chiamiamo “fotografi neorealisti”.

Per questo gruppo di amici non solo era importante come e cosa si fotografasse ma anche che si definisse la finalità dello scatto. In una riunione svoltasi nel 1965 Enrico Cattaneo, che poi non farà parte del gruppo, Carlo Cosulich, Ernesto Fantozzi e Gualtiero Castagnola, tutti iscritti al Circolo Fotografico Milanese, stabiliscono di giungere ad una definizione comune di cosa si intende per documento fotografico. Il verbale di questa riunione termina con questa affermazione: “Noi intendiamo per documento fotografico, la registrazione, col mezzo ottico-fotografico, di tutto ciò che esiste fisicamente e che sia comunque riconoscibile nell’immagine finale”.

Dietro queste parole, frutto evidente di una non facile mediazione tra pensieri diversi e per ciò apparentemente ovvie, si cela il pensiero che accompagnerà i soci del Gruppo 66: produrre una fotografia di tipo documentale, in cui vengono ignorati estetismi e personalismi a favore di un’oggettività di tipo testimoniale. Una fotografia che sia in grado di trasmettere allo spettatore e ai posteri un’immagine quanto più possibile neutra della realtà esaminata. Inoltre il Gruppo è consapevole che per rendere una testimonianza “oggettiva” in fotografia è necessario esplorare da più punti di vista e di ripresa: immagini di uno stesso argomento o soggetto non solo permettono di descriverlo meglio, ma possono offrire allo spettatore una serie di informazioni, che, sommate fra loro, creano un quadro più comprensibile di una realtà complessa.

Nello statuto del gruppo denominato “GRUPPO 66” CENTRO RICERCA E DOCUMENTAZIONE SULLA CITTA’ DI MILANO viene scritto che questo “si propone di:
• eseguire e raccogliere fotografie che riguardino Milano
• costituire un archivio di fotografie dei propri soci e di altra provenienza…
• promuovere manifestazioni conformi alle finalità della Associazione
• divulgare l’attività e le opere del gruppo.”

In questi quattro punti sono definite tutte le attività del Gruppo stesso: produrre e raccogliere fotografie di un territorio definito, archiviarle, promuoverle e renderle pubbliche. Dall’esame dell’archivio donato al FIAF vediamo che i vari componenti lavorano con l’intento di documentare la realtà Milanese loro contemporanea. Vengono fotografate le manifestazioni pubbliche (per esempio la Settimana Britannica del 1965, l’inaugurazione del villaggio S. Ambrogio del 1966, le manifestazioni di piazza, sia quelle commemorative come il primo maggio che quelle legate a specifiche lotte politiche), i luoghi della nuova aggregazione collettiva (come i grandi magazzini Upim e La Rinascente del 1967), le ricorrenze religiose e civili (come la Processione del Corpus Domini o il Cimento invernale e l’inaugurazione della stagione alla Scala).

Ma la parte più cospicua e senza dubbio più interessante dell’archivio è il progetto, non portato a termine per molteplici motivi, non ultimo la sua vastità, di “mappare” la città, soprattutto nei quartieri periferici. Il materiale, sia pur parziale, che è a noi arrivato è un documento di inestimabile valore storico urbanistico e architettonico, ma soprattutto è un prezioso documento delle abitudini e delle trasformazioni, spesso contraddittorie, del modo di vivere della popolazione della più grande città industriale italiana nel momento di passaggio dal cosiddetto “boom economico” a quello della “contestazione”.
L’approccio a questi temi è tipico della fotografia di reportage priva di una committenza esterna, lontana dalla cronaca, dall’avvenimento da prima pagina. Anche quando riprende le manifestazioni a sfondo politico, lo fa perché queste fanno parte della vita di cui occorre rendere testimonianza.

Gli argomenti trattati richiedono tempi lunghi e non sono, in quegli anni, di interesse specifico per i media. Gli autori riprendono la città e la vita di tutti i giorni, piccoli avvenimenti quotidiani, indispensabile ricordo di un preciso periodo storico, una fotografia pensata e realizzata soprattutto per la memoria. L’esposizione presentata negli spazi del Centro è una sintesi dei lavori realizzati tra gli anni ‘60 ed i primi anni ‘70 in Milano, fino a quando, per una serie di motivi, il Gruppo, pur non sciogliendosi e continuando a tenere in vita l’archivio, cessa gradualmente di produrre fotografie. Una piccola sezione espositiva è dedicata a Giuseppe Pessina (1879-1973), fotografo attivo fin dagli inizi del secolo scorso, che riconoscendosi negli ideali del Gruppo, donò l’archivio del materiale fotografico da lui prodotto. Quella donazione è un esempio significativo per tutti i sodalizi fotografici. Non basta produrre ed esporre fotografie. Bisogna anche fare in modo che non vadano disperse, conservandole per renderle accessibili alle generazioni future. E quando il gruppo non è più in grado di garantirne la conservazione si può donarle ad altri perché le salvaguardino nel tempo.

Questo è stato uno degli obbiettivi del Gruppo 66, questa è la funzione degli archivi fotografici. E in questa catena di conservazione della memoria si pone anche il Centro della Fotografia d’Autore: ricordare è conoscere il passato per affrontare meglio il futuro.

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